Rifondare la Politica

Una proposta democratica per tutti gli spiriti liberi e liberali

Quello della fine della funzione nobile dei partiti è il male più pericoloso del nostro tempo. Occorre riscrivere l’abbecedario della politica

A cura di Pier Paolo Segneri

27 Ottobre 2012

La politica può rinascere sul campo delle idee
Il problema determinato dalla crisi che stiamo vivendo in provincia di Frosinone non è tecnico, ma politico. Ovviamente, si tratta di una crisi anche economica ma, soprattutto, è la conseguenza della crisi politica in corso e della grave inadeguatezza dimostrata negli anni dal sistema partitocratico tuttora in sella e vuole cavalcare la tigre. Ma chi cavalca la tigre ne subisce la direzione.
Insomma, la questione da affrontare non è soltanto economica o finanziaria, ma coinvolge in profondità la politica, intesa nella vita di tutti i giorni, cioè il lavoro, la salute, il nostro modo di agire, di pensare, di relazionarci con gli altri. E’ una crisi che colpisce l’assetto stesso dei partiti politici, il loro modo di essere organizzati, la concezione che essi hanno della cosa pubblica e del ruolo che dovrebbero svolgere nella società. La politica, allora, può rinascere sul campo delle idee, del dialogo, della discussione. La partitocrazia, invece, oggi più di ieri, sta cercando di trovare un modo per sopravvivere a se stessa.
La crisi che stiamo vivendo è crisi delle vecchie abitudini, delle certezze personali, dei nostri errori e di quelli degli altri, di come porre rimedio. E’ un cambiamento profondo che scuote le nostre presunzioni, le arroganze, la paura. E’ una crisi che riguarda il concetto stesso di democrazia, l’idea di partecipazione politica, il valore della rappresentanza. E’ una crisi che si fa sentire soprattutto sul piano istituzionale e sociale, ma che viene da una vera e propria crisi antropologica e culturale, civile e civica. E’ una crisi politica che colpisce soprattutto il sistema della giustizia, lo “stato di diritto”, la legalità.
Sull’esito di una tale trasformazione, tuttora in corso, non azzarderei previsioni: può andar bene e può andar male, può essere una crisi di crescita o un ennesimo rigurgito reazionario e illiberale. Può essere la fine del Vecchio Regime o la premessa per un salto nel buio. Di una cosa, però, sono sicuro: un problema di tale entità non si può risolvere limitandosi ad interventi tecnici o semplicemente adottando misure finanziarie, economiche e di bilancio. Siamo di fronte a qualcosa di più grande e di più profondo. Il sistema dominante basato sul Potere fine a se stesso non regge più.
Siamo di fronte a qualcosa che gli attuali partiti non hanno capito o non vogliono capire perché, altrimenti, dovrebbero anche ammettere il loro totale fallimento, salutare gli astanti e chiudere i battenti. Qui non basta la soluzione tecnica. Lo vado ripetendo da mesi e mesi. Lo scrivo quando posso, dove posso. Lo ha detto anche Mario Monti il 4 novembre scorso, prima che venisse nominato senatore a vita e, quindi, ben prima di ricevere l’incarico dal Presidente Napolitano di formare il governo: “Il problema non è tecnico, ma di passare a un’altra politica”.
Ma qual è questa politica “altra”? Quella dei tecnici? Quella della partitocrazia? Quella del Potere fine a se stesso? Quale? I Radicali sono impegnati, ormai da tempo, proprio su tale fronte, nel tentativo di rispondere a queste domande e con lo scopo di formare un campo liberal-democratico e riformatore che in Italia ancora non c’è. Un campo “altro” rispetto a quello rappresentato dal blocco unico e trasversale del Potere, cioè di questo “monopartitismo imperfetto” che domina nel Palazzo.
C’è, allora, tutto un mondo da reinventare, da costruire, da immaginare. E’ in gioco il futuro. Infatti, sono i grandi temi della politica che ritornano a porsi come punti ineludibili e nevralgici per la risoluzione della crisi: la democrazia, la libertà, la giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà, la selezione della classe dirigente, la circolazione delle idee, il ruolo dei partiti, il riconoscimento dei meriti e delle attitudini individuali, la scelta dei metodi. Insomma, la crisi che stiamo vivendo è una crisi politica. Per risolverla, è necessario passare dalla partitocrazia alla politica, un’altra politica, una politica “altra”.

PREMESSA
In provincia di Frosinone, i partiti sono stati sconfitti dalla partitocrazia

I partiti politici e i movimenti sociali sono indispensabili in democrazia. Non si può fare a meno dei partiti e dei movimenti. Almeno che non si voglia rinunciare alla democrazia rappresentativa, come già comincia ad accadere, purtroppo!
E’ giunto il momento di discutere più approfonditamente della questione. Perché la democrazia è in crisi e la politica è in preda degli appetiti famelici del Potere fine a se stesso, dei nazionalismi, degli integralismi, del becero pragmatismo spartitorio. La crisi che stiamo vivendo è innanzitutto una crisi politica, prima ancora che economica e finanziaria. Dunque, c’è la possibilità che la politica riesca a concepire il “nuovo” possibile, ma il rischio è che si avveri il vecchio probabile. Possiamo governare la situazione attraverso la spinta del cambiamento? Sono convinto di sì. Magari guardando avanti, alzando lo sguardo verso il futuro, con la forza della memoria, ma senza il rigurgito di vecchi schemi, di superate ideologie, di vetuste dirigenze burocratiche.
Insomma, nel corso degli ultimi sessanta anni di storia repubblicana, i partiti politici sono stati gradualmente fagocitati dalla partitocrazia. Pezzo dopo pezzo. Stagione dopo stagione. Fino a quando, nel biennio 1992/94, i partiti storici furono smantellati perché sconfitti dal Potere partitocratico che, infatti, è sopravvissuto benissimo a quel tracollo, in piena continuità con il Potere passato. E’ stato un falso cambiamento perché si è trattato semplicemente di una delle metamorfosi del Potere.
Nell’assenza di dibattito e discussione, nella mancanza di conoscenza a cui sono stati condannati i cittadini italiani, vi è “la banalità del male” di cui ci ha parlato Hannah Arendt. Per tale ragione, perciò, il contraddittorio sul futuro dei partiti politici e sui partiti politici del futuro diventa il tema centrale da affrontare all’interno del dibattito sulla democrazia. Di più: la questione investe e riguarda direttamente i cittadini. Perché riguarda la nostra capacità di poter incidere, decidere, proporre, partecipare, contribuire alla vita sociale e civile. Perché riguarda la rappresentanza stessa di tutti i cittadini, la formazione della classe politica, la circolazione delle idee.
I partiti non ci sono più. Non ci sono più quelli di un tempo, non ci sono ancora quelli di domani. Siamo nel limbo infernale della partitocrazia: sia essa tecnocratica, burocratica, verticistica, oligarchica o affaristica. Ma i partiti, una volta, avevano una loro funzione nobile mentre, ormai, la partitocrazia di sempre ha divorato e distrutto anche i partiti di oggi. Non ci resta che lottare per il futuro affinché sia possibile avere dei soggetti politici con una diversa forma-partito.
Il tema è imprescindibile perché riguarda tutti. Soprattutto, riguarda chi ha l’ambizione di costruire, anche nel nostro Paese, un terreno “altro” e liberal-democratico, socialista riformatore e federalista europeo, in cui poter coltivare quella democrazia liberale che la partitocrazia ha impedito e ostacolato. Bisogna discuterne affinché si possa voltare pagina rispetto all’odierna banalità della nostra “democrazia reale”, come la chiama Marco Pannella. In una presentazione del libro/intervista con Emma Bonino, intitolato “I doveri della libertà” (editore Laterza, pagg.157, euro 12), Giuliano Amato ha aperto uno squarcio di luce sul velo opaco dell’ipocrisia: «Chattare in rete non sostituirà i partiti. Serviranno ancora forme di partecipazione diretta alla vita collettiva». Insomma, Amato suggerisce di “tornare al futuro” e di parlarne. Del resto, la riflessione innescata dal Presidente dell’Enciclopedia Treccani è ineludibile e offre vari spunti attraverso cui si può tentare di aprire un dibattito affinché si avvii un cambiamento concreto, invece che ritornare al passato, di guardare indietro, di ripetere i vecchi errori. Il problema non sono i partiti, ma QUESTI partiti. Anzi, sarebbe più corretto cominciare a distinguere i partiti dalla partitocrazia. Ma i vecchi contenitori, con l’antica forma-partito, o quelli nuovi, con l’odierna sotto-cultura dominante, sono ancora attuali? E fino a che punto? La complessità che ci circonda, infatti, richiede di moltiplicare i punti di ricerca della e delle verità, con la v minuscola, rispetto ai tanti problemi da affrontare: magari mettendo in relazione soggetti diversi, esperienze varie, apporti molteplici. Per questa ragione i Radicali di Marco Pannella sono, a mio parere, i più avanzati tra i soggetti politici esistenti. Infatti, non hanno una struttura gerarchia e verticistica, cioè sviluppata in verticale quanto, piuttosto, in orizzontale: ciascuno offre il proprio apporto rispetto alle qualità, al talento, alle capacità e alle competenze che ha. Oppure rispetto alle proprie idee, al proprio modo di vedere le cose, al proprio essere. Ciascuno, dentro i Radicali, è chiamato a migliorare se stesso, non a peggiorare gli altri. E’ un modello anti-partitocratico e, allo stesso tempo, un monito che spesso ritorna all’interno del dibattito politico dei Radicali. Insomma, ciascuno, nell’intellettuale collettivo che i Radicali rappresentano, può accrescere se stesso in relazione con gli altri, grazie agli altri, riconoscendo il valore altrui. Oppure, può tentare altre strade. Liberamente. Inoltre, nei Radicali non c’è una gerarchia fissa e immobile, ma ci sono delle responsabilità, più o meno grandi, più o meno consapevoli. E possono cambiare, rivoluzionarsi, innovarsi a seconda della lotta politica che si sta svolgendo o della battaglia in corso. Da qui, la necessità di un dialogo continuo, di una reciprocità anche nel dissenso, di una ricerca addirittura solitaria eppure mai in solitudine. E’ il principio che sta alla base di ogni “intellettuale collettivo”. Infatti, la premessa per il buon funzionamento di un tale strumento, perché i partiti sono degli strumenti e dei mezzi, è di realizzare un modello basato su principi liberali, di rispetto reciproco, di fiducia nell’altro. Anche nello scontro, anche nella competizione, anche nelle ambizioni personali, l’intellettuale collettivo ha bisogno sempre di lealtà, di rispetto, di onestà intellettuale, cioè di una premessa etica. Altrimenti non può funzionare. E’ un discorso lungo. E riguarda il futuro dei partiti. Quelli di domani, non quelli di oggi.

Prima proposta: L’analisi politica
Ho visto un campo libero. Dove si può coltivare la lealtà, l’onestà, il rispetto degli impegni e della parola data. Dove c’è spazio per il merito, per la creatività, per le qualità di ciascuno. Dove ognuno può incontrare gli altri e costruire insieme qualcosa di nuovo. Dove si può seminare ovunque il senso dello Stato, la legalità, il Diritto. Dove la parola “politica” significa democrazia, libertà, responsabilità, dialogo, idee. Dove l’uguaglianza non è l’omologazione delle menti, ma la diversità degli individui che si riconoscono tutti uguali davanti alla Legge e di fronte al Mistero. Dove ci sono pari opportunità e dove gli accessi al mondo del lavoro non sono ostruiti da un manto che nasconde il futuro negandolo, ma si possono aprire con le chiavi delle proprie attitudini, capacità, saperi, talenti, volontà.
C’è un altro campo che si sta formando e dove si stanno recando i cittadini, ma non è quello della partitocrazia di centro-destra-sinistra e del Potere trasversale. Non è il campo dove si trovano, ora, i vari partiti: primi, secondi o terzi poli. C’è un campo “altro” composta dai cittadini. C’è chi dice che non andrà a votare, chi non si riconosce nei partiti che siedono in Parlamento, chi è indeciso, chi è furioso, chi non voterebbe mai per la vecchia nomenclatura.
Il sistema di Potere che domina dentro e fuori il Palazzo è sempre lo stesso: quello della partitocrazia, cioè dell’Ancien Régime, del “Vecchio Regime”. L’attuale terreno politico è un campo ormai inquinato, marcio, incoltivabile. Ci vorrà almeno un decennio per poterlo bonificare. E non è detto che ci si riesca. E’ un terreno melmoso, devastato e desertificato. Non è più possibile coltivarlo. Chi vi entra ne resta impigliato e rischia di cadere giù come intrappolato nelle sabbie mobili.
E’ per questa ragione che continuo imperterrito a raccontare un sogno: quello di costruire un altro campo, aperto, diverso. Dove il modello di riferimento sia liberal-democratico, socialista riformatore e libertario, cattolico-liberale, dove il metodo liberale aiuti e integri forme nuove di organizzazione politica, che possiamo chiamare in vari modi, ma tutti di natura liberale e democratica: intelligenza collettiva, cervello connettivo, spirito plurale, mente aperta, Eta Beta (direbbe Giuliano Amato), corpo interagente, interdipendenza tra diversi, intellettuale collettivo (ma in senso liberale e non in quello gramsciano). Mi riferisco, insomma, al campo della Politica, scritta con la maiuscola, cioè nel senso alto e nobile del termine. Questo campo c’è. Io l’ho visto. Personalmente, l’ho visto nella storia dei Radicali di Marco Pannella e di Emma Bonino. Lo vedo oggi, tra le persone comuni.

Seconda proposta: Che cos’è la politica?
La politica è un’arte. La sua missione è quella di sconfiggere il tempo e innalzare la vita dei cittadini: “abolire la miseria”, scriverebbe Ernesto Rossi. La Politica, nel senso alto e nobile della parola, è linguaggio, comunicazione, interdipendenza, ascolto, creatività. Non a caso, la politica è visione del mondo, intuizione delle forme, immaginazione del possibile, realizzazione di un’idea. In poche parole, la politica è l’arte del “nuovo possibile”.
La politica è tale se è in grado di governare gli eventi, prevedere gli imprevisti, superare le crisi. La politica è tale se sa ascoltare, comprendere, osservare. Insomma, la politica è un’arte con sue specifiche peculiarità, con sue particolari caratteristiche, con forme e materiali di difficile lavorazione. Non è più il tempo degli alchimisti, degli stregoni e dei venditori di fumo. La politica, come pure l’arte, nasce dalla memoria, vive nel presente e si proietta con un progetto verso il futuro.
I partiti politici devono cambiare forma e struttura. Devono darsi altre regole e rispettarle. I Radicali sono assai più avanti rispetto a questo cammino. La democrazia, infatti, necessita di un “metodo liberale” in grado di tutelarla mentre gli attuali apparati partitocratici, al contrario di quanto servirebbe, non hanno più niente di liberale al loro interno e sono ormai divenuti oligarchie verticistiche. Più che partiti assomigliano sempre più a soggetti burocratici senza idee e senza dibattito, troppo chiusi nelle proprie nomenclature e gerarchie, con la sola premura di trovare un modo per sopravvivere a questo cambiamento che rischia di spazzarli via.
Il cambiamento in corso si muove secondo tutta un’altra mentalità rispetto a quella dominante negli attuali partiti. Al primo posto degli impegni degli attuali partiti, invece, c’è l’ennesima controriforma della legge elettorale, che vorrebbe cambiare tutto affinché nulla possa davvero cambiare. Il futuro non appartiene più a questi partiti, cioè a questa forma opprimente del Potere fine a se stesso, che esiste soltanto allo scopo di preservare e perpetuare se stesso.
La politica non è quella rappresentata dagli apparati dei vari mono-poli, a destra come a sinistra, al centro come altrove. La politica non è il pragmatismo ideologico dei fatti, spesso evanescenti e inconcludenti, ma la forza delle idee, del dialogo, della discussione. La Politica, con la maiuscola, non è il Potere. La Politica non è quella della partitocrazia. Casomai, la Politica è il “potere”, ma scritto con la minuscola, cioè inteso come “possibilità”: poter fare, poter dire, poter agire, poter governare, poter discutere, poter essere. La Politica è l’arte del “nuovo” possibile.
Si potrebbe ricorrere ad una citazione cinematografica, quella del film Star Wars (Guerre Stellari), e affermare che la Politica è la Forza mentre il Potere è il Lato Oscuro della Forza.

Terza proposta: il progetto Eta Beta
Il dibattito sulla forma-partito è aperto. Da qualche tempo a questa parte, in virtù della proposta politica per una costituente liberale e democratica che ho lanciato sulla stampa, sui magazine on-line e su facebook, con l’obiettivo di formare un terreno dove poter costruire una democrazia liberale che in Italia ancora non c’è. Ecco perché mi sono impegnato a far circolare sul web e nei social network l’idea del “progetto Eta Beta”. Ma che cos’è questo Eta Beta? Di che cosa si tratta?
È l’idea di un partito o movimento inteso come galassia pluricentrica, composta da più associazioni e soggetti, che fa leva su una visione liberale delle organizzazioni politiche e sul concetto di “intelligenza collettiva”. È l’idea di una forma partito basata sulla “teoria della prassi” e sull’applicazione della democrazia interna. È il luogo dove esiste l’incompatibilità tra eletti nelle istituzioni e dirigenti di partito. Insomma, discutere finalmente sulla forma organizzativa dei partiti potrebbe essere il presupposto per riformare la politica.
Spero che questo mio lavoro o elaborato che dir si voglia, anche grazie all’ospitalità dei quotidiani e della stampa locale, contribuisca un minimo ad aprire, almeno in provincia di Frosinone, un serio e approfondito dibattito sulla forma-partito e su come RIFONDARE LA POLITICA. Perché è ormai evidente: la partitocrazia frusinate ha distrutto i partiti. Mentre la democrazia, per vivere, ha bisogno dei partiti. Di conseguenza, non possiamo neanche più parlare di democrazia.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Molto presto, infatti, se le cose resteranno in questo modo, la partitocrazia fagociterà anche la nomenclatura che la rappresenta. E il nulla riempirà questo vuoto. A tal proposito, su Radio Radicale, Marco Pannella ha affermato: «La partitocrazia sta dando pericolosissimi colpi di coda perché è morta, nel senso che è nulla, e quando il nulla riempie il vuoto della storia, allora sono i momenti in cui accade il peggio».
Abbiamo davanti ai nostri occhi il segno del fallimento di questa longeva partitocrazia. È necessario che si aprano tempestivamente le porte. Il problema, però, è che non ci sono le porte. Sono state tolte. Vedo tanti miei coetanei o anche un po’ più grandi o poco più giovani che avrebbero tutte le qualità per assumere responsabilità politiche, per farsi valere, per dare un contributo fattivo di idee e di lavoro, ma non ci sono gli accessi. Ci sono tutti gli strumenti, ma non ci sono gli ingressi. La selezione al rovescio premia i gregari, i meno creativi, i più ruffiani, i raccomandati senza merito, i burocrati, insomma: si procede non per cooptazioni basate sulla credibilità dell’individuo, ma per cooptazioni che nascono da esigenze di potere fine a se stesso.
In altre parole, le cooptazioni avvengono secondo logiche e metodi non basati sulle attitudini e conoscenze e capacità delle persone, ma attraverso sistemi verticistici, arbitrari, conformisti, reazionari, clientelari, affaristici, di conservazione del Vecchio Sistema. È come avere tutte le chiavi in mano, ma senza poter disporre delle porte. Le porte non si possono aprire, ora, perché non ci sono.
Allora, le porte vanno costruite. La fine della funzione nobile dei partiti è il male più grave della politica odierna. Senza una scala mobile più efficiente nelle forze politiche, quali che esse siano, rimarremo per decenni con gli stessi leader, attuali e potenziali. Insomma, servono partiti come quelli che vent’anni fa vennero prospettati da Giuliano Amato con l’immagine di Eta Beta. Lo so di portare avanti una battaglia che confida più sulle necessità della storia che sui protagonisti della medesima. Ma non si sa mai.
Quarta proposta: L’altro campo già c’è
Servono partiti come quelli che oltre vent’anni fa vennero prospettati da Giuliano Amato con l’immagine di Eta Beta, cioè partiti di matrice liberale e democratica, con al centro l’individuo, ma capaci di essere un cervello collettivo, una intelligenza connettiva, un corpo pluricentrico, una visione d’insieme invece che un apparato burocratico. E siccome Eta Beta era un personaggio della Disney proveniente dal futuro, precisamente dall’anno 2447, chissà che nel XXI secolo tale progetto non riesca a diventare realtà.
Comunque, anche se è un partito Eta Beta ancora non c’è. Intanto, però, proprio in queste ultime settimane, si è fortemente ridotta la stima degli elettori nei confronti degli attuali partiti, stima che è scesa a tal punto da raggiungere la percentuale più bassa da molto tempo a questa parte: appena l’8% degli elettori. Tanto che, alla richiesta dei sondaggisti di indicare il partito che si intenderà votare, ben il 45% degli intervistati si rifiuta oggi di rispondere perché – dicono – non si riconoscono nell’offerta politica di questi partiti qui. Anche a Frosinone, non soltanto a livello nazionale. Quindi, si è formato già un altro campo rispetto a quello del blocco unico del Potere partitocratico e trasversale di destra-centro-sinistra.
Quello della fine della funzione nobile dei partiti è il male più pericoloso del nostro tempo. Occorre riscrivere l’abbecedario della politica. Ridare fiducia ai trentenni, ai quarantenni, alle nuove generazioni. C’è da responsabilizzare una nuova classe dirigente e politica offrendo ai giovani l’opportunità di farsi valere. Bisogna ripartire dal significato delle parole, dal linguaggio, dal senso delle cose che si fanno e si pensano e si dicono. Insomma, è arrivato il momento di riformare la politica, i partiti, le istituzioni. Ma non possono farlo coloro che sono i responsabili partitocratici di un tale fallimento. A destra come a sinistra, al centro come in periferia. Ci vuole un “altro” campo. Il primo aspetto da porre come regola è quello della incompatibilità tra incarichi di partito e qualsivoglia altro incarico istituzionale o elettivo. Non è più accettabile che si possa ricoprire, nello stesso tempo, un incarico dirigente o di responsabilità all’interno del partito e poi essere anche parlamentari, ministri, sottosegretari, europarlamentari o consiglieri regionali. I partiti non devono entrare nelle istituzioni dello Stato e occuparlo con le loro burocrazie e apparati.
Una regola va scritta: quando si assumono responsabilità di partito, a cominciare dal segretario e dal presidente, non si può essere anche eletti o nominati nelle assemblee istituzionali di ogni ordine e grado né candidarsi come sindaco, come presidente della provincia, come premier o, peggio, per il Quirinale.
Il “progetto Eta Beta”, comunque, da me qui proposto attraverso queste pagine, è l’idea che ho rilanciato per la messa in opera di una nuova forma di attività e di partecipazione politica basata su piani di lavoro intellettuali separati, interdipendenti, cioè uniti da “ponti” (contraddittori-dialoghi), quindi costruiti sulle capacità dei singoli e della cooperazione in gruppi, sulle competenze delle persone e degli individui, sull’intelligenza e sulla conoscenza, sulle qualità e sulle attitudini di ciascuno e dell’insieme, così da diventare – appunto – una “intelligenza connettiva”.
Infatti, qui in Ciociaria, tra le persone comuni, che vivono con attenzione il proprio quotidiano, sta riaffiorando la voglia per le grandi battaglie civili che hanno al centro sempre e solo lo stesso motivo: la libertà dell’individuo. Il che significa la reciprocità tra le persone, la solidarietà, la vicinanza al prossimo. Andare incontro a queste esigenze di libertà è un sogno che può diventare un progetto. E questo progetto può essere realizzato, organizzato, programmato con la mente aperta in una società aperta, con “intelligenza connettiva”, con un’organizzazione che sia in grado di utilizzare (invece che umiliare) competenze e opportunità per il raggiungimento di un ambizioso, ma non per questo, irraggiungibile obiettivo: costruire anche nel nostro Paese una democrazia liberale.

Pier Paolo Segneri
Presidente dell’Associazione Radicale “Pier Paolo Pasolini” della Prov. di Frosinone

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Associazione Radicale "Pier Paolo Pasolini" della Provincia di Frosinone
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